salta la barra
Tempi e Spazi
CULTURE,
prospettive


sei in Tempi e Spazi  Culture  Camminando lungo la strada che taglia la vita

Camminando lungo la strada che taglia la vita

di Simona Vinci

Qualche tempo fa Simona Vinci ha pubblicato su La Repubblica 1 un bellissimo articolo, intitolato "Camminando lungo la strada che taglia la vita", dal quale abbiamo estrapolato i brani riportati di seguito.
È una lunga riflessione che accompagna un viaggio nella memoria e nella provincia emiliana e che si conclude con l'appello a riappropriarci di "ciò che dovrebbe essere nostro: le strade, i passaggi, le vie di collegamento e transito, lo spazio e i luoghi e il tempo."
Tutto comincia da un sogno e dal desiderio di ripercorrere un luogo d'infanzia che il sogno ha rievocato: la Strada Provinciale 3 (la cosiddetta Trasversale di Pianura), che parte da San Giovanni in Persiceto e arriva a Medicina.

Il viaggio inizia con una domanda:

Cos'è una strada?

Una domanda talmente ovvia che anche un bambino delle elementari potrebbe rispondere senza la minima esitazione: una strada - come peraltro recita il dizionario della lingua italiana Devoto-Oli - è "un'opera intesa a consentire, o a facilitare il transito in corrispondenza di una via di accesso o di comunicazione" / una strada è anche "un cammino, un itinerario". Una strada dunque è un passaggio. E a cosa serve? Per l'appunto a passarci, a transitarci, serve a collegare i posti, a spostarsi da un luogo all'altro, a mettere in comunicazione luoghi distanti, serve perché le persone possano muoversi con meno difficoltà nello spazio. E qui è arrivato il mio primo spaesamento. Un ciclista o un pedone che si mettano in viaggio su questa strada, lo fanno a proprio rischio e pericolo, come un gatto, una lepre, una formica o un riccio che decidano di attraversare la strada perché gli gira di attraversarla: questo muoversi con meno difficoltà infatti è ormai vero solo per i camion.
Durante le mie rischiose passeggiate incrocio i miei impavidi compagni di sventura: due filippine, una più giovane e una più vecchia, che ogni sera tornano a casa a piedi dopo la loro giornata di lavoro dal centro di Budrio verso le campagne, calpestando la linea bianca sul margine del fosso, qualche rara vecchietta in bici con il fazzoletto in testa e le sporte della spesa appese ai manubri, i ragazzini che tornano a casa dopo il pomeriggio in parrocchia, o al campo da calcio (pochissimi, questi ultimi). E i camion che passano a centotrenta all'ora ci fanno barcollare e tremare tutti quanti come figure ritagliate nella carta velina. Ci guardiamo negli occhi smarriti, e pensiamo la stessa cosa io credo, e cioè che una strada serve perché gli esseri umani si spostino da un luogo all'altro, che sia per lavoro, per necessità, o semplicemente per fare una passeggiata, e che dovrebbe essere evidente, naturale, ovvio, che una strada, ogni strada, fosse pensata perché ciascuno possa servirsene nel modo in cui desidera, o è costretto, a servirsene: se ho una macchina vado in macchina, se ho solo i piedi vado a piedi"


Le lente concrezioni del tempo sul luogo

"Quando sopra una strada ci cammini ti viene naturale guardarti attorno, voltare la testa da una parte e dall'altra e vedere cosa c'è attorno a quella strada, qual è il paesaggio che attraversa e che tu stai attraversando. Cosa ci passa sopra? Merci di ogni tipo, organiche e inorganiche, gli scarti, i rifiuti, il tempo. Dunque puoi osservare, come scriveva Lawrence Durrell, "le lente concrezioni del tempo sul luogo". E così, camminando ho visto le case coloniche abbandonate, successivamente ristrutturate secondo moderni criteri di leziosità che poco hanno a che fare con l'originaria, spartana e un po' rozza linearità, e portate a nuova vita, spesso dipinte in colori fosforescenti (forse perché i camion riescano a vederne la sagoma anche di notte, quando sfrecciano a centotrenta all'ora e fanno tremare i muri insieme ai proprietari e ai loro letti?). Ho visto i cantieri abbandonati: quante storie dietro quegli spazi "laconici" - come li definirebbe Gianni Celati - devastati, immobili, pencolanti, abbozzati. Cosa è successo? Perché se ne restano lì così, in quell'indeterminazione, per mesi, anni, fino a trasformarsi in un'ovvietà del paesaggio che piano piano la natura ricopre e mangia, riprendendo possesso di ciò che era suo fin dal principio? Ho visto i campi superstiti di barbabietola da zucchero, di mais e sorgo e patate. Qualche vivaio. I distributori di benzina. E poi la gente, sigillata nell'aria condizionata sulle automobili in corsa."

Riprenderci lo spazio e i luoghi e il tempo.

"Sotto i miei occhi, oggi, c'è la strada. L'asfalto crepato e ruvido. Pieno di buchi, crateri, fenditure, mozziconi di sigaretta, preservativi, merde di cane rinsecchite, gatti spiaccicati, piume d'uccello, lattine accartocciate, frammenti di copertoni esplosi, chiodi, bulloni, pezzi di ferro arrugginito, carcasse di animali ormai irriconoscibili. Niente idea di progresso, collegamenti rapidi e sicuri, è una strada mortale, che attraversa piccoli centri - paesi grandi, medi, minuscoli, frazioni - e li deturpa, li soffoca, li ammutolisce. Con la lenta agonia dell'asfalto che si corrode sotto milioni di pneumatici, agonia di falene schiantate contro i parabrezza, di nutrie spappolate, civette, incidenti mortali. E io sono di nuovo qui, parte di questo movimento incessante, questa concrezione di tempo e storie e movimenti su un nastro d'asfalto, a cercare di immaginare come era il mondo prima, prima dell'ottimismo degli asfaltatori. Adesso, ci sono dei periodi che tutti questi chilometri di strada si popolano di striscioni rabbiosi e lenzuola graffitate appese ai muri degli edifici, che sventolano fuori dalle finestre come bandiere di guerra: via il traffico pesante dalla Trasversale. Siamo stanchi di respirare veleno. Stop ai camion. Siamo noi, che cerchiamo di riprenderci ciò che dovrebbe essere nostro: le strade, i passaggi, le vie di collegamento e transito, lo spazio e i luoghi e il tempo."



Data di publicazione 9 maggio 2006

1 Vinci Simona, Camminando lungo la strada che taglia la vita. Piccolo viaggio a piedi nel paesaggio italiano dell'autrice di "Dei bambini non si sa niente", in: La Repubblica, 23 aprile 2006