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copertina del libro Altri Femminismi. Corpi. Culture. Lavoro

Altri Femminismi. Corpi. Culture. Lavoro

Recensione al libro "Altri Femminismi. Corpi. Culture. Lavoro", a cura di T.Bertilotti, C.Galasso, A.Gissi, F.Lagorio.


di Emanuela Minuto

Chi volesse tracciare oggi una mappa delle riflessioni sul femminismo elaborate nel contesto italiano credo che si troverebbe di fronte all'interrogativo sullo spazio e il valore da assegnare ai dibattiti del 2005 in ragione anche dell'estrema visibilità conseguita da una parte di essi. L'anno si è aperto infatti con un confronto aspro sul femminismo degli anni settanta che ha occupato in forma inedita rispetto al recente passato le pagine dei quotidiani di maggiore tiratura oltre che quelle della stampa politica di sinistra ed ha incluso firme molto familiari al grande pubblico.

Il saggio di Anna Bravo Noi e la violenza. Trent'anni per pensarci, uscito sulla rivista Genesis della Società italiana delle storiche, e soprattutto l'intervista per "Repubblica" rilasciata a Simonetta Fiori il 2 febbraio del 2005 hanno innescato un dibattito sulla stampa che per la storica Anna Rossi Doria ha avuto il merito di rilanciare la riflessione "dopo un lunghissimo silenzio" attraverso però considerazioni di Bravo tanto legittime quanto parziali. In breve, la studiosa della Resistenza ha individuato le radici del "lunghissimo silenzio" lamentato da Rossi Doria e del "vuoto storiografico" nel "rapporto irrisolto" con la violenza avuto dal movimento femminista degli anni settanta. Il movimento si sarebbe articolato e avrebbe partecipato a "un clima profondamente violento"; da qui l'ostacolo persistente sulla via di una ricostruzione. La valutazione ha suscitato, come noto, obbiezioni fortissime tra cui in primis quella di una riduzione ad unum di una realtà composita e complessa nutrita di molti percorsi estranei alla violenza, ma anche di esperienze che, pur maturate in gruppi politici connotati da un lessico e una pratica violenti, si sono contraddistinte all'epoca per il rifiuto consapevole di pericolose contiguità. Di esse si troverebbe traccia nella stessa Lotta Continua da cui proviene Bravo e a cui l'autrice pare guardare in via assolutamente prevalente.

Sei giorni dopo l'intervista a Bravo, Rossi Doria ha insistito, come altre prima e dopo di lei, su questi aspetti e poi sulla ricchezza delle "fonti e dei documenti" a disposizione delle studiose, ma anche sul lavoro già avviato in modo autonomo dalla stessa Società italiana delle storiche in direzione di questi temi con iniziative quali il convegno previsto proprio per il mese di febbraio, poi tenutosi in realtà in aprile, su Nuovi femminismi e nuove ricerche. Già maturato da tempo, il convegno si è inserito dunque in un quadro di discussione tanto ampio quanto probabilmente imprevisto, fornendo prospettive differenti rispetto alla chiave interpretativa e alla memoria di Bravo, prospettive che rimandano appunto già nella scelta del titolo a quelle varietà e complessità richiamate.

Nell'introduzione al volume Altri femminismi che raccoglie i contributi discussi in aprile, le curatrici Teresa Bertilotti, Cristina Galasso, Alessandra Gissi e Francesca Lagorio ricordano che la Società italiana delle storiche ha concepito il convegno in virtù dell'urgenza di affrontare il nodo del femminismo storico con nuovi approcci metodologici e concettuali, ma anche "in risposta" a chi ha sostenuto che la società si proponesse di mantenersi in una condizione di separazione ed estraneità dalle odierne elaborazioni politico-filosofiche. La volontà di partecipare sarebbe così sostenuta soprattutto dalla necessità di sviluppare una ricerca storica che non più giocata sul solo filo della memoria si affidi a strumenti e concetti suggeriti o prestati da vari itinerari attuali del pensiero femminista a volte differenti ma non disgiunti da certi percorsi degli anni settanta. Si insiste nell'introduzione sul fatto che i contributi si muovono nella direzione attesa di "fornire indicazioni su come il paradigma politico e culturale del femminismo «storico» (occidentale, bianco, cristiano, eterosessuale, borghese) sia stato declinato da nuovi soggetti (trans) o sia stato trasformato dall'incontro con nuovi movimenti e categorie di analisi (lesbismo/queer), dal sorgere di campi di ricerca (studi post-coloniali) e temi nuovi (biotecnologie, fondamentalismo religioso, immigrazione) e, infine, come quel paradigma possa modificarsi allorché i «vecchi» temi vengono affrontati alla luce di «nuove» ottiche e prospettive (lavoro sessuale).

Aprono la monografia due interventi che parlano di silenzi, criticità, tensioni e 'violenze' altri rispetto a quelli indicati da Bravo perché soprattutto altri sono stati e restano per autrici e curatrici "i principali nodi irrisolti del femminismo", primi fra tutti corpo e desiderio. I saggi di Liana Borghi e Porpora Marcasciano, rispettivamente Tramanti non per caso: divergenze e affinità tra lesbo-queer e terzo femminismo e Trans, donne e femministe. Coscienze divergenti e/o sincroniche, raccontano storie di movimenti e di percorsi di liberazione, il lesbofemminismo e l'esperienza transessuale, autonomi rispetto al coevo femminismo storico, ma ad esso legati nel tempo da un rapporto tanto inscindibile quanto spinoso

Due "lunghissimi silenzi" del femminismo storico italiano sono lamentati nelle pagine di Borghi e Marcasciano, silenzi interrotti nel caso delle trans da aspre critiche rivolte dalle femministe alle MtF (Male to Female) rammentate da Marcasciano con un dolore forse acuito dalla convinzione di allora e di oggi di aver abitato "territori confinanti" e "uniti" da molteplici fili e dalla comune finalità di demolire modelli maschili. La decostruzione delle trans diviene nella narrazione di Marcasciano un processo attivato da una prassi trasformativa e performativa del corpo vissuta in un isolamento troppo spesso consumato tra violenze e menomazioni (medicalizzazioni, arresti, restrizioni di libertà civili e politiche). La separazione di singole e gruppi di trans è una storia che a Marcasciano pare ricoprire un arco temporale trentennale fino ad essere interrotta, ma non del tutto, solo nel nuovo millennio. È il Lespride del giugno 2004 ad essere sentito come il "primo confronto" italiano tra donne, lesbiche e trans su tematiche sottaciute, attraversato però anch'esso da "dinamiche" e "diatribe" di antica memoria. Il silenzio raccontato da Borghi prima di Marcasciano ha un segno diverso perché posteriore ad esperienze di pratica e di elaborazione teorica materialmente condivise.

Borghi narra l'intersecarsi tra lesbismo e femminismo storico, articolando in profondità l'idea che "l'uno non si muove senza l'altro". Insiste su paure, rimozioni e processi interrotti di un movimento, quello femminista, che non è riuscito fino in fondo a liberarsi dall'omofobia; ripercorre al contempo battaglie comuni di trasformazione della società e di "costruzione di nuovi soggetti etici" che si sono connotate per la condivisione del discorso del genere e quindi l'adozione di esso come "criterio di analisi politica abbinata alla sessualità". Il riconoscimento della preziosità della categoria nel passato si combina con il convincimento di una sua progressiva opacizzazione in virtù "del dipanarsi del terzo femminismo e del queer". Il queer in particolare ha messo in discussione il binomio sesso-genere, introducendo tra l'altro un decisivo elemento di "criticità" tra lesbismo e femminismo. Se la carica "eversiva" del queering degli anni novanta, lasciata intravedere anche da Marcasciano, rappresenta un patrimonio fondamentale sul piano della riflessione, per Borghi i giovani queer di oggi conservano un ruolo antisistemico decisivo praticato con la coscienza di agire in una dimensione di privilegio.

Nel saggio di Borghi diverse declinazioni e trasformazioni del "vecchio" paradigma femminista prendono forma e sostanza soprattutto attraverso la rete internet. Se si concentra l'attenzione anche solo su questo aspetto, mi pare trovino conferma alcune delle riserve sul queer richiamate da Borghi, ma anche la persistenza di taluni limiti del vecchio paradigma femminista.
È noto il fenomeno del digital divide tra nord e sud del mondo che può essere sintetizzato con il ricorso a poche cifre. Ancora nei primi anni del 2000, circa il 65% dei navigatori internet risiedeva in Europa e Nord America, che accolgono il 18% della popolazione mondiale; il numero delle navigatrici era qui decisamente inferiore a quello dei naviganti (il 30% in Gran Bretagna); mentre la possibilità di estendere l'accesso alla rete grazie alla digitalizzazione porta con sé il problema della proprietà dei server, al momento perlopiù saldamente in mano agli Stati Uniti, e delle concentrazioni dei motori di ricerca. Non mi soffermo poi sulle autocensure dei gestori di questi ultimi, particolarmente rilevanti nel caso recente della Cina. Questi aspetti, è evidente, introducono, tra l'altro, problemi relativi al luogo di costruzione del discorso queer e terzofemminista, della sua comunicabilità e della possibilità di essere recepito, condiviso e, o, contaminato.

Mi sembra che queste attuali caratteristiche del web costituiscano tra l'altro una difficoltà aggiuntiva nella lotta delle donne contro i progetti fondamentalisti, di cui si occupa Elena Laurenzi in Identità forzate. Al di là di altre considerazioni, come si può concepire e mettere in essere in tale quadro "l'alleanza trasversale tra donne del nord e donne del sud, tra 'native' e migranti" per contrastare i disegni fondamentalisti che per Laurenzi hanno il loro asse nella "costruzione essenzialista della femminilità"?. Laurenzi individua nel web uno dei più preziosi strumenti per restituire la complessità che si cela dietro le identità costruite dagli uomini attraverso principalmente l'uso simbolico delle donne e per incrinare quindi quel patriarcato universale che dal culturalismo trae nuova linfa. Le esperienze politiche trasversali, "elaborate all'interno di organizzazioni e reti internazionali di donne" che del web hanno fatto una risorsa fondamentale, possono attraverso esso "correggere le distorsioni dell'opinione pubblica occidentale", tra cui campeggia quella del "rapporto tra donne e Islam" e magari riorientare alcuni indirizzi all'interno dei paesi occidentali; difficile invece pensare ad un'incidenza sui tessuti al di fuori del mondo occidentale in virtù delle recenti dichiarazioni internazionali. Ancora per fermarsi ad una sola problematica, davvero vi sono fondate possibilità di veder tradotti fattivamente gli impegni assunti nelle conferenze internazionali, quando, per fare un esempio, il protocollo di Kyoto è divenuto subito cartastraccia, nonostante l'inquinamento ambientale sia uno dei problemi più sentiti dall'opinione pubblica occidentale?

Prima ancora però mi sembra che si presenti un altro nodo: è possibile elaborare un discorso pubblico comune tra i vari movimenti, quando oggi le operazioni per il congelamento delle identità e la retorica dello "scontro di civiltà" spesso impongono, come ben rimarca Ruba Salih nel suo intervento Femminismo e islamismo, ai movimenti femminili di singoli paesi del Medio Oriente e del Nord Africa di "fornire una legittimità culturale alle loro rivendicazioni sottolineando il segno indigeno, islamico di tali rivendicazioni"? In Femminismo e islamismo, Salih restituisce la geografia dei femminismi rintracciabili in quelle aree e tra migranti, avanzando una chiave credo fondamentale per alcune convergenze: l'espulsione dell'"idea secondo cui le culture esistono separatamente e in autonomia le une dalle altre". In questo senso, ricorda Salih, il "«femminismo» o [il] movimento femminile nel mondo musulmano come movimento dedicato all'acquisizione di diritti economici, politici e sociali per le donne [...] si è formato a partire da concettualizzazioni e idee di persona, di politica, di legge e di comunità che sono parte di una modernità la cui storia è globale, nel senso che è frutto dell'incontro-scontro dell'Europa col resto del mondo". E il pilastro della o delle modernità resta la divisione di genere del lavoro; per di più nelle economie occidentali post-fordiste, rilevano molteplici studi, si manifesta una costante estensione delle tradizionali caratteristiche del lavoro domestico alla dimensione pubblica.

Nell'intervento Sguardi e movimenti di donne sul lavoro che cambia, Adriana Nannicini traccia le linee di una ricerca sulla relazione tra donne e lavoro in Italia che la vede coinvolta in questi ultimi anni. Il saggio ricostruisce le ragioni di un diverso approccio rispetto al passato nella riflessione femminista sul tema del lavoro e i luoghi e i contenuti del discutere collettivo su di esso. Nannicini lascia emergere come il venir meno dei confini tra vita e lavoro e la messa in opera della prima da parte del sistema produttivo dell'era postfordista siano all'origine di pratiche conoscitive collettive che investono le "condizioni dell'esistenza" perché scrive "quando parliamo di lavoro parliamo delle condizioni dell'esistenza". Posti al di fuori dell'ambito lavorativo, gli spazi di riflessione si nutrono per l'autrice di bisogni di 'controerosione' e di racconti in cui emerge con estrema evidenza quanto il lavoro richiesto dalle imprese alle donne abbia i vecchi contorni di quello di riproduzione: cura, "assimilazione al desiderio altrui", annullamenti identitari contro i quali resta difficile concepire e praticare strategie collettive. Resta da sottolineare che Nannicini si dedica soprattutto all'analisi della sfera dei servizi, sarebbe dunque interessante anche approfondire le dinamiche che si prefigurano negli altri settori produttivi.

Con riferimento anche alle indagini di Nannicini, nel saggio Il lavoro sessuale nell'economia della (ri)produzione globale, Beatrice Busi approfondisce queste tematiche, riannodando i fili tra passato fordista e presente postfordista. Nella relazione donna e lavoro in età postfordista distingue fratture e continuità percettive rispetto al passato frutto di quella che Sara Ongaro ha definito "femminilizzazione metaforica della produzione". Se infatti il lavoro non è più vissuto dalle donne come "la sfera della libertà", permane un continuum percettivo che è il prodotto in primo luogo di una dilatazione della "sfera domestica" alla dimensione pubblica. Si coltiverebbe un disagio di uguale segno rispetto al passato perché il lavoro prestato al di fuori della casa costituirebbe nella sostanza un prolungamento del lavoro domestico. Nel sistema postfordista si richiede, rimarca l'autrice, "disponibilità permanente" "dedizione totale"; persiste e si estende una dipendenza assoluta. La cosiddetta valorizzazione economica delle attitudini femminili si concretizza "in un mettere a profitto anche tutto quello che fa parte del «vivere»", soprattutto il corpo: "oggi il lavoro richiede di rinunciare a se stessi e di immedesimarsi nei desideri di qualcun altro". Saremmo, per riprendere il titolo di un paragrafo, "tutti sexworkers": prestatrice, in diverso modo e con differenti consapevolezze, del proprio corpo. Si assottiglierebbero fino quasi a scomparire le barriere con quel lavoro sessuale esercitato in Europa per 2/3 dalle migranti.

Rispetto alle migranti molto è stato detto e scritto soprattutto in relazione alla questione menzionata e a quella dei lavori di cura in cui spessissimo sono state e sono impiegate. Francesca Decimo nel contributo Le migranti, le reti, la mobilità: sguardi dislocati di ricerca sociale propone le letture che le scienze sociali hanno fornito nel tempo della mobilità territoriale delle donne. In particolare si sofferma sulla tesi sviluppata in molti studi e più volte richiamata dell'affermazione di una "nuova divisione del lavoro di riproduzione sociale, che si realizza mobilitando flussi crescenti di lavoratrici dalle più disparate aree del mondo". Questo approccio tendente ad "identificare le migrazioni delle donne con i loro destini occupazionali" manifesterebbe tuttavia degli evidenti limiti. Decimo rimarca quanto vada perduto e non compreso in questa 'canalizzazione'. Oscuri e muti resterebbero le pratiche e i significati che le migranti "conferiscono alla mobilità territoriale". In questo senso, ben più fertili risultano per Decimo le ricerche che hanno esplorato "i sistemi relazionali complessi", che hanno adotto "indicatori di relazione", quali quelle di Lievens, Bhachu e Strauch. Questi studi hanno lasciato emergere infatti la capacità delle donne migranti di spostare "celatamente" equilibri sociali, lavorando all'interno della norma in un contesto ideale perché ambivalente.

Decimo ed altre autrici considerano persistente la femminilizzazione dei flussi migratori internazionali rilevata da tempo dagli studiosi. Tuttavia alcune trasformazioni potrebbero forse aprire nuovi scenari nel quadro migratorio e non solo. Come non ipotizzare inediti orizzonti legati alla liberalizzazione dei flussi di capitale, alla grandiosa crescita economica di Cina e India, alla diffusione dei regionalismi, all'allargamento a Est dell'Unione europea, alle guerre intestine in Africa, alla femminilizzazione dell'agricoltura in quel continente, e all'incremento esponenziale dei rifugiati politici e ambientali?


Notizie sull'autrice della recensione

Emanuela Minuto svolge attività di ricerca in Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Pisa.


Data pubblicazione: 26 giugno 2007