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"Fare spazio alla riflessione sul lavoro in un tempo in cui il lavoro tende a prendersi tutto il tempo, anche quello della riflessione"...

Giornata di studio "I giorni e i lavori"

un omino che lavora la terra
Pubblichiamo a distanza di qualche mese il resoconto della giornata di studio "I Giorni e i lavori" a cura di Simonetta De Fazi per chiudere gli aggiornamenti di luglio con un testo ricco di spunti di riflessione sul lavoro, sperando che la bonaccia d'agosto porti con sé anche un pò di tempo lento per pensarsi e ripensarsi. Buona estate

Resoconto a cura di Simonetta De Fazi

Si è svolta il 21 aprile scorso, presso l'Università di Verona, la giornata di studio "I GIORNI E I LAVORI. Tappa finale della ricerca itinerante sul lavoro tra nuova materialità, regole e misure, opere e attività", una iniziativa ideata e curata da Studio Guglielma ricerca e creazione sociale e Matri_x. Con la collaborazione e il contributo dell'Università di Verona (Dipartimento di Scienze della Formazione) e del Comune di Verona (Ass.to alla Cultura delle Differenze e Ass.to al lavoro). Con il patrocinio di OTLA (Osservatorio sulle trasformazioni del lavoro

"I giorni e i lavori è un'occasione per incontrarci e interrogare, con un senso storico del presente, i rapporti che intercorrono tra le nostre vite e il lavoro come esistenziale. Desideriamo farlo in un continuo e vincolante riferimento all'esperienza, senza rinunciare a scorticare significati e linguaggi costruiti "sul lavoro", in particolar modo negli ultimi quindici anni. Essere fedeli all'esperienza di ognuno/a di noi ci permette di reinventare linguisticamente il lavoro restituendogli un posto sensato nelle nostre vite. Molta letteratura ci aiuta a comprendere il lavoro attraverso narrazioni e descrizioni che ci parlano delle sue trasformazioni e derive (flessibilità, precarizzazione, cognitivismo, immaterialità); noi vorremmo, tenendo conto della complessità, sporgerci su quei cambiamenti che aprono i lavori e i giorni a bisogni emergenti che hanno a che fare con il lavoro ma che non si esauriscono in esso. Parliamo di bisogni che hanno ispirato chi ha avviato la ricerca itinerante, bisogni che abbiamo ritrovato, come i sassolini di Hansel e Gretel, nel viaggio tra le diverse culture del lavoro: "un nuovo bisogno di materialità in tempi di dilagante immaterialità; il bisogno di non fare del capitalismo l'unico interprete dell'economico; il bisogno di trovare misure, diritti e tutele; il bisogno di politica a partire dai luoghi in cui siamo".

Così, le donne di Studio Guglielma e di Matri_x hanno presentato la giornata di studio "I giorni e i lavori", tappa finale della ricerca itinerante sul lavoro iniziata due anni prima, con un percorso le cui tappe principali sono richiamate su questo stesso sito.

Le questioni in campo sono state molte, ma forse la più importante - oltre al "metodo" con cui si è realizzato il percorso - resta la possibilità di fare spazio alla riflessione sul lavoro in un tempo in cui il lavoro tende a prendersi tutto il tempo, anche quello della riflessione. E di farlo insieme, fisicamente - mi verrebbe da dire - in un tempo in cui... si fanno troppe cose contemporaneamente e troppo poche insieme.
Volendo comiciare dalla fine, direi subito che la riflessione non si è conclusa con la fine dell'incontro che -nonostante la disponibilità del personale dell'Università di Verona - ha comunque dovuto avere termine, sia pure oltre l'orario previsto. A dimostrare - se ce ne fosse stato bisogno - che... i lavori hanno bisogno di più giorni.

La mattinata, dopo i consueti ma non scontati saluti delle autorità, è stata aperta da Tonia De Vita che ha ripercorso le tappe della ricerca itinerante per poi mettere in campo le interrogazioni che ne sono scaturite e interloquire con le e gli ospiti. "Un nuovo bisogno di materialità, la necessità di ripensare l'economico, ripartire dal sociale come dimensione che apre alla politica, il bisogno di ripensare il rapporto con le regole, anche in termini di diritti e tutele, ma a partire da una nuova interrogazione dei bisogni, a partire dal bisogno di misura: abbiamo chiesto a figure autorevoli di interloquire con questi temi; emersi nel nostro viaggio di ricerca, a partire dai loro saperi. A Pino Tripodi, cofondatore della casa editrice DeriveApprodi, della Banca della Solidarietà e del progetto Terra e Libertà- CriticaI Wine, abbiamo chiesto di incrociare la sua ricerca e le sue riflessioni attorno al tema della nuova contadinità urbana, con quanto da noi rilevato come un bisogno di nuova materialità. Franca Olivetti Manoukian è socia fondatrice e presidente dello Studio APS, da più di trent'anni si occupa di progettazione sociale svolgendo attività di formazione, consulenza organizzativa e ricerca, presso aziende sanitarie locali, enti pubblici, aziende private: a lei abbiamo chiesto di aiutarci a vedere, leggere e riconoscere le condizioni che permettono trasformazioni collettive della realtà e che rendono possibile uno spazio e un tempo per l'in-comune. A Oriella Savoldi, sindacalista della Camera del Lavoro di Brescia molto attenta a come si esprime la differenza sessuale nei luoghi di lavoro, fondatrice dell'Università delle Donne di Brescia, abbiamo chiesto di riprendere e rilanciare la questione del rapporto con le regole, tra de-regolamentazione, richieste di regole, bisogno di misure". Parlare del lavoro in modo "disinteressato", non strumentale; liberare bisogni e desideri dal loro commercio economico. Trovare strategie per sottrarsi al dominio capitalistico del tempo e ripensare il tempo presente. Aprire una contesa tra i "moventi forti" dell'agire... Sono alcune delle ulteriori sollecitazioni messe in campo da Tonia De Vita.
Nella tappa Veronese del percorso, il 10 marzo 2006, molti interventi avevano individuato nella dislocazione verso il futuro una tendenza pericolosa del "nostro tempo": dalle osservazioni sulla modalità di lavoro "per progetti", al sentimento di vedersi sottrarre da sotto le mani la materialità del presente ("i progetti al posto del pane"); alla necessità di "avere (al) presente" l'interezza della propria "opera", il processo attraverso il quale si realizza, espresso da molte/i, anche in forme molto diverse e apparentemente contraddittorie. Una scansione del tempo presente fortemente finalizzata - dislocata - al futuro arriva a produrre uno svuotamento di senso, perfino delle modalità organizzative funzionali a questa operazione: il "progetto" diventa così - allo stesso tempo - formalmente determinante e sostanzialmente irrilevante, e la modalità di lavoro per progetti un modo per sottomettere / subordinare il presente al futuro.
Uomini e donne, ha detto Oriella Savoldi, hanno un rapporto diverso con il sistema delle regole e dei diritti, in ragione della loro diversa esperienza, della capacità di leggerla, della presa di parola che da essa origina.
C'è per gli uomini una sorta di insopportabilità nello stare alla propria esperienza se non proiettandola all'esterno, attraverso la creazione di strutture regolative. A ciò si affianca una tendenza alla separatezza di mondi e dimensioni (il lavoro / la vita, per dirla brutalmente), così che può accadere che la regola - o la legge - e la sua osservanza si mantengano separate. Come se la necessità di regole bastasse - per così dire - a sé stessa, non dovendo mostrare efficacia, né produrre effetti o coerenze.
Tenere insieme più mondi e più dimensioni sembra una modalità più frequentata dalle donne, perché in grado di tenere in campo una domanda di senso che fa i conti con la vita e le sue fasi. Una domanda che non trova vantaggio nella fissità della regola, ma che invece nell'accadere cerca e trova misura.
Ancora - tra le molte altre questioni sollevate da Oriella Savoldi - si è ragionato del molto lavoro e della poca contrattazione, dei trasferimenti di risorse che la produzione ha operato dal costo del lavoro a costi accessori e ulteriori.
Partire da sé e abitare il mondo, avere presente il vicino e il lontano contemporaneamente: in modo diversissimo hanno rappresentato il punto di partenza dell'intervento della Savoldi e anche di Pino Tripodi, che da lì è partito per parlare della "sensibilità planetaria". La smaterializzazione della produzione - ha detto Tripodi - ha effetti di de-sensibilizzazione, produce una sorta di miopia della sensibilità, uno sguardo corto, una perdita di senso e dei sensi.
Se la produzione rappresenta anche il modo con cui soggetti in carne ed ossa, uomini e donne, si relazionano tra di loro e con le cose e l'ambiente, questo effetto dice molto di più di una "semplice" modificazione nei modi di produzione. Così come un prodotto dice molto di più di se stesso, svelando e insieme riproducendo il sistema delle relazioni e delle regole che l'hanno concepito. Detto in altre parole, il prodotto è solo una piccola parte del lavoro non è il suo obiettivo primario.
L'immaterialità del lavoro, con Franca Olivetti Manoukian, rimane al centro del discorso, coniugata alla dimensione sociale, producendo subito due interrogazioni forti riguardanti il rapporto tra immaterialità e invisibilità e quello tra produzione immateriale e produzione di senso.
Rispetto all'interrogazione specifica che le era stata rivolta, Franca Olivetti ha individuato nel "lavoro nel sociale" una valenza intrinsecamente politica, avendo questo tipo di lavoro a che fare con la costruzione dei legami sociali e la regolazione delle risorse sociali. Gli operatori "fanno" la politica dei servizi, sono portatori di scelte politiche che rappresentano un modello di società, sono al centro del rapporto esistente tra cittadini e istituzioni. Si tratta però di un "posizionamento" e di una valenza che gli operatori del sociale difficilmente riconoscono a loro stessi, per una serie di questioni che insieme entrano in campo (e che vanno dalla distinzione tra ruoli tecnici e ruoli politici, al rapporto tra questi, alla frammentazione dei servizi, fino alla capacità di mettere in gioco un "etica della responsabilità").
Naturalmente, sono state molte di più le riflessioni portate nel corso della mattinata e molto più stimolanti e precise di quanto non abbia saputo restituire.
Nel pomeriggio, numerosi e ulteriori interventi si sono susseguiti, a riprendere le suggestioni della mattina e a lanciarne delle altre. Posso richiamarne solo alcuni.
Silvia Niccolai, docente di Diritto costituzionale all'Università di Cagliari, ha messo in campo il rapporto tra legge e diritto. Non si può ridurre il diritto alla legge- ha detto Silvia (o ho capito io) - perché il diritto è anche un'impresa collettiva, un fatto sociale rispetto al quale l'esperienza umana ha qualcosa da dire; perché ha una "porosità" che lo rende permeabile all'esperienza dei soggetti, dalla quale è insieme attraversato e interrogato.
Forse, forzando un po' , si può dire che il diritto è anche una forma di narrazione, se consideriamo la narrazione - come ha fatto Silvia - un luogo di creazione di un giudizio condiviso, elemento vitale del diritto.
La questione messa in campo da Federica Giardini - sull'enorme responsabilità individuale che sembra profilarsi in uno scenario così poco compreso dalla politica - ha suscitato un dibattito ampio e appassionato, come pure le osservazioni sugli incidenti sul lavoro come drammatica forma del "dare la vita al lavoro" che ha affrontato Ivo Conti.
Rifondare una civiltà del lavoro, ritornare ad individuare il limite e il suo senso, individualmente così come nelle politiche di sviluppo, e poi ancora ripensare le pratiche contrattuali, rimettere in campo l'interrogazione sulla qualità del lavoro e sui suoi costi, ma anche reinterrogare la "femminilizzazione" del lavoro e nominare la fatica del lavoro insieme al suo senso. Sono state davvero tante le piste di riflessione aperte nel pomeriggio e che forse potranno essere oggetto di una... seconda puntata. Intanto, come scrive W. Zsymborska. "chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte".


Data pubblicazione: 17 luglio 2007